Un mondo dove le macchine fanno il lavoro per noi, e l’essere umano riscopre il piacere di creare senza obblighi.
L’automazione non è una promessa. È un fatto.
Chiunque abbia messo piede in un impianto industriale moderno lo sa:
non c’è confronto tra la precisione di una macchina e la fatica di un uomo.
Bracci meccanici che assemblano, impacchettano, spostano, gestiscono.
Muletti autonomi che si muovono come pedine di una partita già vinta.
E reparti in cui basta un tecnico alla console per far muovere tonnellate di merce.
Il resto? Lo fa il codice.
Nel frattempo, fuori da questi ambienti, si continua a parlare di “posti di lavoro”, “produttività”, “meritocrazia”. Due mondi che non si parlano.
Uno è il futuro già presente. L’altro è il passato che finge di essere ancora necessario.
Oggi l’unione tra intelligenza artificiale e automazione potrebbe sostenere interi settori produttivi senza l’intervento umano. Le AI decidono. Le macchine eseguono.
È un corpo che già si muove. Con un cervello che si allena ogni giorno.
Eppure, il sistema non parte. Perché non è un problema di tecnologia, ma di volontà.
Nessuno vuole davvero rinunciare al lavoro come strumento di controllo.
La domanda da farsi non è: “Si può fare?”.
È: “Perché si continua a fingere che non si possa?”
C’è chi si aggrappa ancora alla vecchia obiezione:
“E se nessuno lavorasse più, chi farebbe le cose?”
Come se l’essere umano, libero dalla necessità, diventasse automaticamente inutile.
Come se la libertà generasse pigrizia. Quando invece è l’obbligo a generare rassegnazione.
La realtà è che le persone lavorano già gratis ogni giorno, quando fanno volontariato, arte, ricerca indipendente. Lo fanno quando non sono schiacciate dal dover sopravvivere.
In un mondo dove il necessario è garantito, ci sarebbe chi coltiva, chi insegna, chi costruisce, chi sperimenta. Non perché deve. Ma perché può.
E in quel mondo, strano a dirsi, si lavorerebbe meglio.
Non manca nulla. Abbiamo il cervello (IA), il corpo (robotica), il metodo (automazione).
Manca solo il coraggio di slegare il concetto di dignità da quello di occupazione.
Ma è più comodo fingere che non si possa fare. Perché un mondo in cui nessuno è costretto a lavorare è un mondo in cui il potere cambia mani.
E chi ha sempre avuto il potere, questo mondo non vuole nemmeno vederlo.
Il futuro non è lontano. È solo bloccato in un loop mentale.
Come una porta aperta che nessuno ha il coraggio di attraversare,
perché fino a ieri ci hanno detto che uscire era pericoloso.
Ma quella porta è lì. E a ben guardare,
forse il vero progresso non sarà quando le macchine lavoreranno per noi,
ma quando noi smetteremo di chiamare “lavoro” il nostro tempo.
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Guarda ora.
Frank Perna

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