Il valore immenso di ciò che dimentichiamo di avere.
Ci sono domande che sembrano nate soltanto per passare il tempo.
Una di queste potrebbe essere quella che, prima o poi, è comparsa durante una chiacchierata tra amici, seduti al bar, in piazza o semplicemente intorno a un tavolo:
“Se avessi la lampada di Aladino e potessi esprimere tre desideri, quali sceglieresti?”
È un piccolo gioco, uno di quei discorsi che nascono quasi per caso e che non hanno bisogno di una risposta troppo seria. Eppure, a guardarli bene, i tre desideri raccontano molto di noi.
C'è chi sceglierebbe il denaro, magari per non dover più preoccuparsi di nulla. Chi metterebbe al primo posto l'amore, quello che sembra capace di dare un significato a tutto il resto. Qualcuno sceglierebbe il successo, il potere, la libertà, una vita diversa da quella che sta vivendo.
E poi c'è chi direbbe la salute.
Spesso la si mette in cima alla classifica. Altre volte al secondo posto, quasi a cercare un ordine tra le cose davvero importanti.
Ma forse c'è un errore proprio nel fatto di considerarla una voce della classifica.
Perché la salute non è uno dei desideri. È il foglio sul quale scriviamo tutti gli altri.
Senza quel foglio, non c'è spazio per annotare nient'altro.
Quando la salute viene meno, infatti, non si perde soltanto una condizione fisica. A volte cambia tutto ciò che le sta intorno. Il lavoro, le abitudini, le relazioni, il ruolo che si occupa nella famiglia, la possibilità di uscire, incontrare qualcuno, progettare il giorno dopo. Una difficoltà che nasce nel corpo può allargarsi lentamente fino a raggiungere ogni angolo della vita.
È come se una delle mattonelle del pavimento si rompesse e, improvvisamente, ci accorgessimo che tutto ciò che stavamo dando per scontato poggiava proprio lì.
Eppure quella mattonella, finché è intera, non la guardiamo mai.
Lo stesso accade con il tempo. Forse ancora di più.
Da giovani il tempo sembra una distesa immensa. A vent'anni non lo si conta quasi. Le giornate sembrano tante, gli anni sembrano lontani e il futuro appare così grande da far pensare che ci sarà sempre un'altra occasione.
Si sbaglia senza paura perché ci sarà tempo per rimediare.
Si rimanda una telefonata perché ci sarà tempo per farla.
Si rinuncia a qualcosa perché forse domani sarà il momento giusto.
La giovinezza porta con sé una particolare forma di cecità: non ci fa soltanto sentire giovani, ci fa sentire abbondanti di futuro.
Anche il corpo sembra confermare quell'illusione. Ci si riprende più rapidamente, si dorme poco e si ricomincia, ci si ferma e poco dopo si è nuovamente in movimento. Sembra quasi che il corpo e il tempo siano dalla nostra parte.
Poi, lentamente, qualcosa cambia.
Non necessariamente accade un evento preciso. A volte è semplicemente la consapevolezza che arriva con gli anni. Si comincia a capire che il tempo non è una distesa infinita davanti a noi, ma qualcosa che scorre mentre lo stiamo vivendo.
E allora ci si accorge di una cosa sorprendente.
Il tempo determina la quantità della nostra esperienza umana.
La salute ne determina la qualità.
Sono due dimensioni che raramente mettiamo nella lista dei desideri proprio perché non le percepiamo come desideri. Sono lo spazio dentro il quale tutti gli altri desideri possono esistere.
Il denaro può andare e venire.
Un lavoro può essere perso e ritrovato.
Un progetto può fallire e ricominciare.
Persino l'amore, per quanto possa sembrare assoluto nel momento in cui lo viviamo, può finire e qualche volta rinascere sotto una forma diversa.
Anche molte delle cose che oggi sembrano indispensabili possono essere sostituite, ricostruite, riconquistate.
Il tempo no. Quello che è passato non può essere rimesso nella clessidra.
E anche la salute, quando viene perduta, non sempre può essere recuperata.
Non si possono comprare nemmeno con tutto l'oro del mondo.
Ecco perché forse dovremmo smettere di pensare a queste due cose come a premi da ottenere.
Salute e tempo non sono il risultato della nostra corsa. Sono il pavimento sul quale quella corsa avviene.
Sono le mattonelle invisibili sotto i nostri piedi.
Le attraversiamo ogni giorno senza pensarci. Ci camminiamo sopra mentre rincorriamo il denaro, il successo, l'amore, i progetti, i desideri, le cose che ancora non abbiamo.
E proprio perché sono sempre lì, finiamo per non vederle.
Forse la vera ricchezza non consiste soltanto nell'aggiungere qualcosa alla propria vita, ma anche nel riuscire a riconoscere il valore di ciò che già la rende possibile.
È qui che entra la gratitudine.
Non quella imposta, non quella che serve a ricordarci che qualcuno sta peggio di noi. Non una formula da ripetere per sentirsi persone migliori.
Una gratitudine molto più semplice.
Quella che nasce quando, per un momento, ci fermiamo e ci accorgiamo che stiamo vivendo qualcosa che fino a poco tempo prima non avremmo saputo nemmeno descrivere come una fortuna.
Una telefonata con una persona cara. Una passeggiata senza dolore. Un pranzo condiviso.
La possibilità di lavorare, di viaggiare, di ridere, di abbracciare qualcuno.
Una mattina qualunque nella quale il corpo ci permette semplicemente di alzarci e andare incontro alla giornata.
Sono cose talmente normali che raramente finiscono nella nostra lista dei desideri.
E forse è proprio questo il paradosso.
Nella nostra immaginaria lampada di Aladino chiediamo ciò che ci manca, ciò che brilla, ciò che pensiamo possa cambiare la nostra vita.
Quasi mai chiediamo di conservare ciò che abbiamo già. Forse perché ci sembra scontato.
Finché non lo è più.
Allora la domanda dei tre desideri potrebbe cambiare completamente.
Non più soltanto: “Che cosa vorresti avere?”
Ma anche: “Che cosa hai già, e che continui a vivere come se fosse inesauribile?”
Forse è questa la domanda più difficile.
Perché obbliga a guardare il presente senza confrontarlo continuamente con ciò che ancora manca. E magari ci fa scoprire che alcune delle nostre fortune più grandi non hanno mai avuto bisogno di una lampada magica.
Erano già lì. Sotto i nostri piedi.
Nel tempo che abbiamo davanti. Nella salute che ci permette di attraversarlo.
Negli affetti che possiamo ancora incontrare, coltivare e amare.
La vita, forse, non ci chiede continuamente di aggiungere qualcosa alla lista dei desideri.
A volte ci chiede soltanto di accorgerci del valore di ciò che stiamo già vivendo, prima che il tempo lo trasformi in un ricordo e la salute in qualcosa che avremmo voluto proteggere di più.
E allora, forse, quella vecchia domanda da bar sulla lampada di Aladino nasconde una risposta che non avevamo considerato.
Non tutto ciò che conta deve essere desiderato.
Ci sono cose che non chiediamo perché, mentre le abbiamo, ci sembrano semplicemente parte del mondo.
E forse la gratitudine comincia proprio nel momento in cui smettiamo di chiamarle “scontate” e iniziamo a riconoscerle per quello che sono:
lo spazio stesso che ci è stato concesso per vivere, amare e desiderare.
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