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22 maggio 2025

La Casa Non è Più Tua

Quando la legge resta fuori dalla porta e la logica si perde tra le carte



Ci sono pensieri che non si annunciano. Non chiedono permesso. Arrivano. E si infilano in testa come un rumore di fondo che cresce, cresce… finché non lo puoi più ignorare.

È lì che inizia tutto.

Quando il mondo, quello vero, quello sotto casa, ti racconta una storia così assurda da sembrare inventata. E invece è reale. Una casa, un proprietario, un contratto, e… un ladro che non ha scassinato nulla. È entrato, si è seduto, ha detto: adesso è mia.

Sì, perché c’è un tipo di furto che non prevede la fuga, ma la permanenza. Un tipo di crimine che non si consuma in pochi minuti, ma che si allunga per mesi, per anni. E la cosa più incredibile è che non è nascosto, non è segreto, non è misterioso. È perfettamente legale.

O almeno: lo è finché non si riesce a dimostrare il contrario.

E dimostrarlo, in Italia, significa affrontare un percorso che ha qualcosa di liturgico, rituale. Ufficiale giudiziario dopo ufficiale giudiziario. Accesso dopo accesso. Porta chiusa in faccia dopo porta chiusa in faccia. E ogni volta, si riparte da capo. Come se le precedenti non contassero nulla. Come se la legge, da sola, non bastasse mai.

Nel frattempo, chi ha comprato quella casa con sacrifici, prestiti, sogni e notti in bianco… aspetta. E magari, per non perdere tutto, arriva a offrire denaro all’abusivo. 

Un paradosso perfetto: pagare un ladro per restituirti ciò che era già tuo.

Non è un’eccezione. È un metodo.
E in alcuni casi assume tinte ancora più grottesche:

– un appartamento occupato da un agente immobiliare,
– un altro da un ufficiale giudiziario stesso, che prima sgombera, poi si insedia,
– e un caso con un vice sindaco occupante, con tutte le implicazioni.

E allora il cittadino si chiede:

Ma se anche dopo una sentenza, un'ordinanza, un timbro ufficiale… nulla cambia, la legge dov’è? Dov’è la giustizia, se la sua voce resta solo su carta?

Sappiamo che la realtà è complessa. Che dietro ogni caso c’è una rete di norme, diritti, doveri, equilibri. Ma non è complesso ciò che il buon senso vede chiaramente:

Se qualcuno entra nella tua casa e non ne esce, e tu non puoi farci nulla...
allora qualcosa è rotto.

Non nella serratura. Nella logica.

E se davvero fosse questa la normalità?
E se il sistema si fosse adattato al paradosso, fino a proteggerlo?
E se la vera anomalia fosse chi ancora crede che giustizia e logica vadano di pari passo?

Non è un’accusa, non è una denuncia.
È solo una domanda, sospesa tra pensiero e realtà.

A volte non serve una risposta.
Basta saper ascoltare la domanda giusta.



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Frank Perna

15 maggio 2025

Quanto Costa Il Rispetto

In un mondo che ascolta chi sbuffa e ignora chi suda, il rispetto verso chi lavora diventa un atto rivoluzionario.



C'è qualcosa che si è spezzato, e nessuno ha sentito il rumore.
Un filo invisibile che un tempo univa chi offriva un servizio e chi lo riceveva.
Oggi quel filo sembra solo una corda tesa pronta a spezzarsi al primo sbuffo.

Non si tratta di crisi. Non si tratta nemmeno di lavoro.
Il vero punto non è il mestiere che si fa, ma il modo in cui si guarda chi lo fa.

Viviamo un’epoca strana:

Si ha più pazienza per una macchina lenta che per una persona gentile.
Più empatia per un pacco in ritardo che per chi lo consegna sotto la pioggia.
Chi suda otto ore viene ascoltato meno di chi sbuffa per cinque minuti.
È come se la stanchezza vera non facesse più rumore abbastanza da essere riconosciuta.

Ma non è una questione di clienti, né di cassieri, operai, commessi o addetti.
Qui si parla di qualcosa di più profondo: 

Di come si tratta un essere umano che sta lavorando.

Perché si può anche essere stanchi, frustrati, avere avuto una giornata pesante.
Ma non dovrebbe mai diventare un diritto quello di scaricare il peso sugli altri.

Eppure accade ogni giorno.

Accade quando si pretende, quando si comanda con gli occhi, quando si chiede come se fosse un favore concesso, non un dialogo tra pari. Accade quando si dimentica che 

dietro ogni divisa, ogni badge, ogni sorriso forzato… c’è una storia.

Una storia fatta di conti da pagare, figli da crescere, sogni messi in pausa e magari anche un mal di testa che non si può permettere di durare più di cinque minuti.

Il problema è culturale.
È nella convinzione, non detta ma interiorizzata, che chi lavora al servizio degli altri “debba” farlo. 

Che se sbaglia, è incompetente. 
Che se risponde, è maleducato.
Che se non sorride, ha qualcosa che non va.

E allora, come spesso accade nei paradossi moderni, non è il comportamento maleducato a essere messo in discussione… ma chi lo subisce.
Così succede che il lavoratore venga rimproverato da un capo che non era presente, ma che crede ciecamente a chi urla più forte. Perché, si sa, “il cliente ha sempre ragione”.
Anche quando ha solo fretta, rabbia o un ego troppo grande da contenere in una corsia.

Eppure, la verità è semplice. La verità è che chi lavora non chiede applausi, ma rispetto.
E il rispetto non è una mancia, non è un premio. È un dovere reciproco. 
Una forma minima di civiltà.

Trattare con rispetto chi lavora non dovrebbe essere un gesto straordinario.
Dovrebbe essere il punto di partenza.

Chi lavora con dignità è già un esempio.
Chi regge pazientemente, ogni giorno, le frustrazioni altrui senza restituirle indietro, è già un piccolo eroe silenzioso.
Chi lavora non “deve” essere gentile: sceglie di esserlo, ogni giorno, nonostante tutto.

E allora la domanda è semplice, ma potente.
Una domanda che dovremmo portarci dietro ogni volta che incrociamo uno sguardo stanco dietro a un banco, a una scrivania, o in un magazzino:

Quanto costa, oggi, trattare un lavoratore come una persona?

Se la risposta non è “niente”… allora il vero problema non è il lavoratore. 
Siamo noi.



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Frank Perna

25 febbraio 2025

Sistema e società: il vero pericolo è la rassegnazione?

Siamo ancora capaci di cambiare il mondo in cui viviamo o abbiamo smesso di lottare, accettando ogni cosa come inevitabile?




Viviamo in un mondo che si trasforma continuamente, con nuove regole, nuove tecnologie e nuove dinamiche sociali. Eppure, c’è qualcosa che resta immutato: il sistema, con le sue imposizioni, i suoi schemi rigidi e la sua tendenza a soffocare la spontaneità umana.

Di fronte a questo, la storia ci ha insegnato una cosa fondamentale: il cambiamento non è mai stato un dono del sistema, ma il risultato di una lotta. Ogni diritto che oggi diamo per scontato è stato conquistato con fatica da chi si è opposto a un’ingiustizia, da chi ha scelto di non rimanere in silenzio. Ma la domanda è: oggi siamo ancora capaci di lottare, di mettere in discussione ciò che ci viene imposto? Oppure siamo diventati spettatori passivi di una realtà che ci cambia senza che ce ne accorgiamo?

Il rischio della rassegnazione

Il vero pericolo non è il sistema in sé, ma il fatto che sempre meno persone sembrano avere la voglia o la forza di metterlo in discussione. Il problema non è solo quello che ci impongono dall’alto, ma la nostra incapacità di reagire, il nostro progressivo addormentarci dentro una routine in cui tutto ci sembra inevitabile.

Se un tempo le ingiustizie scatenavano rivolte, oggi spesso ci limitiamo a lamentarci sui social, senza mai trasformare l’indignazione in azione concreta. Forse perché siamo troppo stanchi, troppo distratti o troppo immersi in una realtà in cui sembra più comodo accettare le cose così come sono, senza fare troppa fatica per cambiarle.

Possiamo ancora cambiare qualcosa?

La buona notizia è che la storia dimostra che nulla è immutabile. Anche il sistema più rigido può essere modificato, a patto che ci sia la volontà di farlo. Ma perché questo avvenga, serve una presa di coscienza collettiva. Serve che le persone tornino a interrogarsi su quello che accade intorno a loro, a non accettare tutto come inevitabile, a non permettere che regole e automatismi sostituiscano del tutto il buon senso e l’umanità.

Forse la battaglia più grande oggi non è contro il sistema, ma contro l’indifferenza. Perché finché ci sarà qualcuno disposto a mettersi in discussione, a riflettere e a cercare soluzioni, ci sarà sempre una speranza di cambiamento.

E tu? Pensi che la società abbia ancora la forza di reagire o siamo ormai troppo anestetizzati?



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Frank Perna

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