29 luglio 2026

Il sapore dell'estate

I ricordi più belli nascono spesso dalle cose più semplici.


Una bottiglia di plastica con delle piccole telline nell'acqua bassa del mare, illuminata dalla luce dorata del tramonto.


C'erano estati che sembravano non avere fretta. Il sole scaldava la pelle fin dal mattino, il mare diventava il centro di ogni giornata e bastava poco perché il tempo si riempisse di vita. Tra una nuotata, una rincorsa sulla battigia e qualche tuffo improvvisato, arrivava sempre un momento che, per molti, era quasi un piccolo rito.

Un adulto si fermava con l'acqua poco sopra le ginocchia, affondava lentamente le mani nella sabbia e iniziava a cercare le telline. Bastava quel gesto perché, nel giro di pochi istanti, tutti i bambini gli si radunassero intorno. Qualcuno ne trovava una, qualcun altro due, c'era chi esultava come se avesse scoperto un tesoro e chi continuava a cercare con la stessa ostinazione di chi non voleva restare indietro. Le piccole conchiglie finivano una dopo l'altra dentro una bottiglia di plastica ormai vuota, che poco a poco si riempiva insieme alle risate.

Non era una gara. O forse lo era, ma di quelle in cui nessuno perdeva davvero. Ogni tellina raccolta era un sorriso in più, una battuta, uno schizzo d'acqua, un motivo per restare ancora qualche minuto in mare.

Poi arrivava la sera.

L'aria si faceva più fresca, la sabbia conservava ancora il calore del giorno e da una cucina iniziava a diffondersi un profumo capace di richiamare tutti a tavola. Quelle telline, raccolte quasi per gioco, diventavano un piatto di spaghetti condiviso con la famiglia, gli amici, i vicini di ombrellone che, con il passare degli anni, erano diventati qualcosa di molto più simile a una seconda casa.

Ripensandoci oggi, viene quasi spontaneo credere che il ricordo più bello siano quegli spaghetti.

Eppure non è così.

Non erano le telline a rendere speciale quella giornata, così come non era il mare o quell'estate in particolare. Tutto questo era soltanto il filo che teneva insieme qualcosa di molto più importante.

Erano le persone.

Erano le mani che cercavano insieme. 
Le risate che si rincorrevano senza un motivo.

La gioia di condividere anche le cose più semplici, senza preoccuparsi di quanto valessero.

Forse è proprio questo che il tempo, senza fare rumore, prova a insegnare. I ricordi che custodiamo con più affetto raramente nascono da qualcosa di straordinario. Più spesso prendono forma dentro gesti semplici che, mentre li viviamo, sembrano perfino insignificanti. Solo molti anni dopo ci si accorge che erano loro a dare un sapore speciale alle estati, alle amicizie e perfino alla vita.

Per questo non ha importanza se qualcuno non ha mai raccolto una tellina o non ha mai trascorso un'estate al mare. Ognuno conserva un ricordo diverso, un piccolo rito, un'abitudine che oggi continua a far sorridere. Cambiano i luoghi, cambiano i protagonisti, cambiano perfino i profumi. Quello che resta immutato è la felicità che nasce quando il tempo viene condiviso con le persone giuste.

Forse è questa la parte più bella dell'infanzia che vale la pena portare con sé anche da adulti. Non il desiderio di tornare indietro, ma la capacità di continuare a meravigliarsi delle cose semplici, di ridere senza un motivo preciso, di trasformare un momento qualunque in un ricordo destinato a durare.

Perché non esiste un'età in cui si smette davvero di giocare.
Esiste soltanto il momento in cui si dimentica quanto fosse bello farlo.

Dedicato ai miei amici più cari e a tutti coloro che, crescendo, non hanno mai smesso di lasciare un posto al bambino che portano nel cuore.



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Frank Perna

Il settimo giorno, la settima nota

Quando una semplice coincidenza riesce a trasformarsi in un piccolo invito a guardare la vita con occhi diversi.


Note musicali luminose che fluttuano da un pentagramma aperto su un tavolo di legno, illuminate dalla luce di una finestra.


Ci sono coincidenze che non cambiano il mondo.
Cambiano soltanto il modo in cui lo si guarda.

È quello che accade quando, senza cercare nulla di particolare, ci si accorge che il settimo giorno della settimana richiama da sempre l'idea del tempo ritrovato e che la settima nota della musica, nella lingua italiana, si chiama . Non è una teoria, né una verità nascosta da svelare. È semplicemente una di quelle piccole connessioni che, una volta scoperte, invitano a fermarsi qualche istante.

Forse è proprio questo il fascino di certe coincidenze. Non chiedono di essere dimostrate. Si limitano a suggerire un'immagine, lasciando che sia ciascuno a trovarvi il proprio significato.

La settimana scorre tra impegni, orari e responsabilità. I giorni si rincorrono con la naturalezza di chi sa già quale sarà il successivo. Poi arriva il settimo. Che sia vissuto nel riposo, nel lavoro o in una semplice pausa più lenta, continua a rappresentare il desiderio di ritrovare un tempo meno affrettato, quello che permette di respirare, di stare con le persone care o, semplicemente, di ascoltare un po' di più sé stessi.

Anche la musica sembra conoscere questa attesa. Le note si susseguono una dopo l'altra, accompagnando un percorso che sembra cercare naturalmente qualcosa oltre l'ultimo passo. E proprio lì compare il , una nota che non dà l'impressione di voler trattenere la melodia, ma di accompagnarla verso un nuovo inizio.

È curioso pensare che, nella nostra lingua, la stessa parola con cui si accolgono la vita, gli affetti e le opportunità sia anche il nome di quella nota. In altre lingue non accade. Eppure, in italiano, questa coincidenza sembra quasi trasformarsi in un sorriso discreto della lingua verso chi ha voglia di notarla.

Forse non significa nulla. O forse non tutto ciò che emoziona ha bisogno di essere spiegato.

Ci sono dettagli che non cambiano il corso delle giornate, ma cambiano il modo di attraversarle. Un numero che ritorna. Una nota che sembra promettere un passo in più. Un giorno che ricorda l'importanza di ritrovare il proprio tempo. Piccole armonie che non pretendono di insegnare qualcosa, ma riescono comunque a far nascere una domanda.

E se la vita fosse fatta anche di questo? Di connessioni inattese che, per un attimo, mettono d'accordo il linguaggio, il tempo e la musica, ricordando che ogni fine prepara sempre un nuovo inizio. Forse è proprio così. Anzi, sì.



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Frank Perna

08 luglio 2026

I Figli Del Benessere

La difficile transizione dell'Europa verso l'età della responsabilità.


Un antico ponte di pietra sotto un cielo tempestoso, con un grande ombrello logoro che si squarcia lasciando passare la luce del sole.


Se si osserva la storia recente da una prospettiva esterna, priva di giudizi ma guidata dalla logica, emerge un ritratto dell'Europa contemporanea che spinge a una profonda riflessione su ciò che siamo diventati e su ciò che rischiamo di perdere.
Immaginando l’Europa degli ultimi ottant'anni come una grande famiglia, si nota una dinamica particolare: un insieme di fratelli, i vari Stati, che ha vissuto quasi un secolo sotto un gigantesco ombrello protettivo pagato da qualcun altro, il "papà americano". I figli sono rimasti all'interno di una casa confortevole, senza la reale necessità di prendere decisioni faticose o cruciali sulla propria sicurezza e indipendenza, perché c'era sempre un'entità esterna pronta a intervenire e risolvere ogni problema. Oggi che quel protettore storico appare stanco, concentrato sui propri interessi e incline a dettare nuove e rigide regole di casa, la famiglia dei fratelli europei sembra improvvisamente scivolata nel panico.
Questo scenario svela il profilo di un continente popolato da figli del benessere, ma non della responsabilità. Per decenni si è vissuto nel luogo più sicuro e garantito del pianeta, tra diritti acquisiti, welfare e pace diffusa, delegando però la geopolitica dura e i suoi costi a Washington. Ci si è abituati a considerare il benessere come un diritto naturale e gratuito, smarrendo la consapevolezza che la libertà reale e la sicurezza richiedono fatica, autonomia e il coraggio di assumersi le proprie responsabilità di fronte al mondo.
Allo stesso tempo, si scontra con la realtà l’illusione degli "Stati Uniti d'Europa". L’unione, purtroppo, sembra esistere solo sulla carta, mentre la quotidianità della famiglia è paralizzata dagli egoismi interni. Ogni fratello cerca costantemente di prendere il sopravvento sull'altro: chi rivendica la guida per il proprio peso economico, chi per il potenziale militare, e chi semplicemente si rifiuta di farsi comandare da chiunque. In questo perenne bisticcio su chi debba essere il fratello maggiore a capo del tavolo, il tempo scorre e le decisioni comuni restano bloccate.
A frenare ogni tentativo di emancipazione si aggiunge una profonda psicosi della guerra, un trauma del passato che l'Europa porta impresso nei propri geni culturali. Essendo il continente che ha dato i natali ai conflitti più devastanti della storia, oggi i suoi popoli sembrano quasi avere il terrore di se stessi. Esiste la paura latente che se uno Stato europeo dovesse tornare a esprimere una vera forza o un'autonoma potenza geopolitica, possa risvegliarsi il vecchio mostro del nazionalismo. Questa angoscia storica finisce per congelare qualsiasi iniziativa, rendendo l'intera regione più incline a subire influenze esterne pur di evitare ogni forma di scontro diretto.
Davanti alla complessa scelta di crescere e diventare finalmente autonomi, la natura umana tende però a cercare la via più facile. Invece di investire lo sforzo titanico necessario a creare un blocco unito e indipendente, i leader europei scelgono spesso la scorciatoia: fare a gara a mostrarsi come "figli ubbidienti" per accattivarsi le simpatie del potente di turno a Washington. Si preferisce la rassicurante sottomissione nella speranza che il vecchio protettore si impietosisca e continui a garantire la difesa della casa, risparmiando ai fratelli la fatica di dover camminare con le proprie gambe.
Il ritratto che ne deriva è quello di una comunità di persone colte, civili, amanti del buon vivere, ma drammaticamente fragili. Una famiglia che sembra preferire l'ipocrisia di un tutore esterno che spesso la sminuisce o la usa per i propri scopi, piuttosto che affrontare il sacrificio di superare le antiche rivalità interne.
Resta da capire se i posteri ricorderanno questa come l'era del risveglio e del ritrovato orgoglio, o se l'Europa sia ormai destinata a rimanere una famiglia di figli viziati che attendono che il futuro venga deciso altrove.

Se questa riflessione vi ha toccato e volete approfondire questa crisi d'identità dei popoli europei, vi lascio alla lettura di questo articolo, dove tempo fa si analizzava proprio il silenzio e lo smarrimento di un continente che sembra aver perso la sua voce:

👉 Popoli smarriti in un continente senza voce



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