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15 settembre 2026

I desideri che non mettiamo in lista

Il valore immenso di ciò che dimentichiamo di avere.


Una clessidra adagiata su un tavolo di legno da cui fuoriesce sabbia dorata luminosa che forma un pavimento di luce.


Ci sono domande che sembrano nate soltanto per passare il tempo.

Una di queste potrebbe essere quella che, prima o poi, è comparsa durante una chiacchierata tra amici, seduti al bar, in piazza o semplicemente intorno a un tavolo:

“Se avessi la lampada di Aladino e potessi esprimere tre desideri, quali sceglieresti?”

È un piccolo gioco, uno di quei discorsi che nascono quasi per caso e che non hanno bisogno di una risposta troppo seria. Eppure, a guardarli bene, i tre desideri raccontano molto di noi.

C'è chi sceglierebbe il denaro, magari per non dover più preoccuparsi di nulla. Chi metterebbe al primo posto l'amore, quello che sembra capace di dare un significato a tutto il resto. Qualcuno sceglierebbe il successo, il potere, la libertà, una vita diversa da quella che sta vivendo.

E poi c'è chi direbbe la salute.

Spesso la si mette in cima alla classifica. Altre volte al secondo posto, quasi a cercare un ordine tra le cose davvero importanti.

Ma forse c'è un errore proprio nel fatto di considerarla una voce della classifica.
Perché la salute non è uno dei desideri. È il foglio sul quale scriviamo tutti gli altri.

Senza quel foglio, non c'è spazio per annotare nient'altro.

Quando la salute viene meno, infatti, non si perde soltanto una condizione fisica. A volte cambia tutto ciò che le sta intorno. Il lavoro, le abitudini, le relazioni, il ruolo che si occupa nella famiglia, la possibilità di uscire, incontrare qualcuno, progettare il giorno dopo. Una difficoltà che nasce nel corpo può allargarsi lentamente fino a raggiungere ogni angolo della vita.

È come se una delle mattonelle del pavimento si rompesse e, improvvisamente, ci accorgessimo che tutto ciò che stavamo dando per scontato poggiava proprio lì.

Eppure quella mattonella, finché è intera, non la guardiamo mai. 
Lo stesso accade con il tempo. Forse ancora di più.

Da giovani il tempo sembra una distesa immensa. A vent'anni non lo si conta quasi. Le giornate sembrano tante, gli anni sembrano lontani e il futuro appare così grande da far pensare che ci sarà sempre un'altra occasione.

Si sbaglia senza paura perché ci sarà tempo per rimediare.
Si rimanda una telefonata perché ci sarà tempo per farla.
Si rinuncia a qualcosa perché forse domani sarà il momento giusto.

La giovinezza porta con sé una particolare forma di cecità: non ci fa soltanto sentire giovani, ci fa sentire abbondanti di futuro.

Anche il corpo sembra confermare quell'illusione. Ci si riprende più rapidamente, si dorme poco e si ricomincia, ci si ferma e poco dopo si è nuovamente in movimento. Sembra quasi che il corpo e il tempo siano dalla nostra parte.

Poi, lentamente, qualcosa cambia.

Non necessariamente accade un evento preciso. A volte è semplicemente la consapevolezza che arriva con gli anni. Si comincia a capire che il tempo non è una distesa infinita davanti a noi, ma qualcosa che scorre mentre lo stiamo vivendo.

E allora ci si accorge di una cosa sorprendente.

Il tempo determina la quantità della nostra esperienza umana.
La salute ne determina la qualità.

Sono due dimensioni che raramente mettiamo nella lista dei desideri proprio perché non le percepiamo come desideri. Sono lo spazio dentro il quale tutti gli altri desideri possono esistere.

Il denaro può andare e venire.
Un lavoro può essere perso e ritrovato.
Un progetto può fallire e ricominciare.

Persino l'amore, per quanto possa sembrare assoluto nel momento in cui lo viviamo, può finire e qualche volta rinascere sotto una forma diversa.

Anche molte delle cose che oggi sembrano indispensabili possono essere sostituite, ricostruite, riconquistate.

Il tempo no. Quello che è passato non può essere rimesso nella clessidra.
E anche la salute, quando viene perduta, non sempre può essere recuperata.

Non si possono comprare nemmeno con tutto l'oro del mondo.

Ecco perché forse dovremmo smettere di pensare a queste due cose come a premi da ottenere.

Salute e tempo non sono il risultato della nostra corsa. Sono il pavimento sul quale quella corsa avviene.

Sono le mattonelle invisibili sotto i nostri piedi.

Le attraversiamo ogni giorno senza pensarci. Ci camminiamo sopra mentre rincorriamo il denaro, il successo, l'amore, i progetti, i desideri, le cose che ancora non abbiamo.

E proprio perché sono sempre lì, finiamo per non vederle.

Forse la vera ricchezza non consiste soltanto nell'aggiungere qualcosa alla propria vita, ma anche nel riuscire a riconoscere il valore di ciò che già la rende possibile.

È qui che entra la gratitudine.

Non quella imposta, non quella che serve a ricordarci che qualcuno sta peggio di noi. Non una formula da ripetere per sentirsi persone migliori.

Una gratitudine molto più semplice.

Quella che nasce quando, per un momento, ci fermiamo e ci accorgiamo che stiamo vivendo qualcosa che fino a poco tempo prima non avremmo saputo nemmeno descrivere come una fortuna.

Una telefonata con una persona cara. Una passeggiata senza dolore. Un pranzo condiviso. 
La possibilità di lavorare, di viaggiare, di ridere, di abbracciare qualcuno.

Una mattina qualunque nella quale il corpo ci permette semplicemente di alzarci e andare incontro alla giornata.

Sono cose talmente normali che raramente finiscono nella nostra lista dei desideri. 
E forse è proprio questo il paradosso.

Nella nostra immaginaria lampada di Aladino chiediamo ciò che ci manca, ciò che brilla, ciò che pensiamo possa cambiare la nostra vita.

Quasi mai chiediamo di conservare ciò che abbiamo già. Forse perché ci sembra scontato. 
Finché non lo è più.

Allora la domanda dei tre desideri potrebbe cambiare completamente. 

Non più soltanto: “Che cosa vorresti avere?” 
Ma anche: “Che cosa hai già, e che continui a vivere come se fosse inesauribile?”

Forse è questa la domanda più difficile.

Perché obbliga a guardare il presente senza confrontarlo continuamente con ciò che ancora manca. E magari ci fa scoprire che alcune delle nostre fortune più grandi non hanno mai avuto bisogno di una lampada magica.

Erano già lì. Sotto i nostri piedi.

Nel tempo che abbiamo davanti. Nella salute che ci permette di attraversarlo. 
Negli affetti che possiamo ancora incontrare, coltivare e amare.

La vita, forse, non ci chiede continuamente di aggiungere qualcosa alla lista dei desideri.

A volte ci chiede soltanto di accorgerci del valore di ciò che stiamo già vivendo, prima che il tempo lo trasformi in un ricordo e la salute in qualcosa che avremmo voluto proteggere di più.

E allora, forse, quella vecchia domanda da bar sulla lampada di Aladino nasconde una risposta che non avevamo considerato.

Non tutto ciò che conta deve essere desiderato.

Ci sono cose che non chiediamo perché, mentre le abbiamo, ci sembrano semplicemente parte del mondo.

E forse la gratitudine comincia proprio nel momento in cui smettiamo di chiamarle “scontate” e iniziamo a riconoscerle per quello che sono:

lo spazio stesso che ci è stato concesso per vivere, amare e desiderare.



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Frank Perna

29 luglio 2026

Il settimo giorno, la settima nota

Quando una semplice coincidenza riesce a trasformarsi in un piccolo invito a guardare la vita con occhi diversi.


Note musicali luminose che fluttuano da un pentagramma aperto su un tavolo di legno, illuminate dalla luce di una finestra.


Ci sono coincidenze che non cambiano il mondo.
Cambiano soltanto il modo in cui lo si guarda.

È quello che accade quando, senza cercare nulla di particolare, ci si accorge che il settimo giorno della settimana richiama da sempre l'idea del tempo ritrovato e che la settima nota della musica, nella lingua italiana, si chiama sì. Non è una teoria, né una verità nascosta da svelare. È semplicemente una di quelle piccole connessioni che, una volta scoperte, invitano a fermarsi qualche istante.

Forse è proprio questo il fascino di certe coincidenze. Non chiedono di essere dimostrate. Si limitano a suggerire un'immagine, lasciando che sia ciascuno a trovarvi il proprio significato.

La settimana scorre tra impegni, orari e responsabilità. I giorni si rincorrono con la naturalezza di chi sa già quale sarà il successivo. Poi arriva il settimo. Che sia vissuto nel riposo, nel lavoro o in una semplice pausa più lenta, continua a rappresentare il desiderio di ritrovare un tempo meno affrettato, quello che permette di respirare, di stare con le persone care o, semplicemente, di ascoltare un po' di più sé stessi.

Anche la musica sembra conoscere questa attesa. Le note si susseguono una dopo l'altra, accompagnando un percorso che sembra cercare naturalmente qualcosa oltre l'ultimo passo. E proprio lì compare il sì, una nota che non dà l'impressione di voler trattenere la melodia, ma di accompagnarla verso un nuovo inizio.

È curioso pensare che, nella nostra lingua, la stessa parola con cui si accolgono la vita, gli affetti e le opportunità sia anche il nome di quella nota. In altre lingue non accade. Eppure, in italiano, questa coincidenza sembra quasi trasformarsi in un sorriso discreto della lingua verso chi ha voglia di notarla.

Forse non significa nulla. O forse non tutto ciò che emoziona ha bisogno di essere spiegato.

Ci sono dettagli che non cambiano il corso delle giornate, ma cambiano il modo di attraversarle. Un numero che ritorna. Una nota che sembra promettere un passo in più. Un giorno che ricorda l'importanza di ritrovare il proprio tempo. Piccole armonie che non pretendono di insegnare qualcosa, ma riescono comunque a far nascere una domanda.

E se la vita fosse fatta anche di questo? Di connessioni inattese che, per un attimo, mettono d'accordo il linguaggio, il tempo e la musica, ricordando che ogni fine prepara sempre un nuovo inizio. Forse è proprio così. Anzi, sì.



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Frank Perna

06 giugno 2026

Le Piazze Del Tempo

Quando perdiamo i luoghi dell'incontro, rischiamo di perdere anche una parte di noi.


Una piazza italiana acciottolata nel tardo pomeriggio d'estate, immersa in una luce dorata con sagome sfocate di persone.


In un pomeriggio d'estate, la piazza sembra respirare.

Le pietre trattengono ancora il calore del sole, l'aria profuma di caffè e gelato, le campane segnano un'ora qualunque mentre le persone attraversano lo spazio senza fretta. Qualcuno si ferma a salutare un amico, un gruppo di ragazzi ride seduto sul bordo di una fontana, i bambini rincorrono un pallone tra le panchine e le biciclette passano leggere tra le voci che si intrecciano.

Non accade nulla di straordinario.

Eppure, proprio in quella normalità, vive qualcosa di prezioso.

Per secoli la piazza è stata molto più di uno spazio tra gli edifici. È stata il cuore pulsante delle comunità, il luogo in cui le persone si incontravano senza bisogno di appuntamenti, dove le generazioni si osservavano e si passavano silenziosamente il testimone della vita. I più anziani sedevano all'ombra raccontando storie, i più giovani imparavano a conoscersi, a stringere amicizie, a corteggiare, a sentirsi parte di qualcosa di più grande.

La piazza era un salotto a cielo aperto.

Un luogo dove il tempo sembrava avere un ritmo diverso.

Bastava uscire di casa e camminare verso il centro del paese o della città per sapere che, in qualche modo, si sarebbe incontrato qualcuno. Non servivano notifiche, messaggi o schermi luminosi. Bastava esserci.

Forse è proprio questo che rende le piazze così speciali:
la loro capacità di trasformare la semplice presenza in una relazione.

Eppure oggi non tutte raccontano la stessa storia.

Esistono ancora luoghi dove le piazze conservano quella vitalità fatta di passeggiate serali, chiacchiere improvvisate e bambini che giocano fino al tramonto. Ma esistono anche luoghi dove il silenzio ha preso il posto delle voci.

In alcuni paesi il tempo ha portato lontano intere generazioni. Le case sono rimaste, le strade anche, ma le persone sono diminuite. I negozi hanno abbassato le serrande, le panchine sono rimaste vuote e le piazze sembrano custodire il ricordo di giornate più affollate.

In altri luoghi, invece, la vita continua a scorrere veloce. Le piazze non sono vuote, ma spesso diventano spazi di passaggio. Si attraversano senza fermarsi, si percorrono con lo sguardo rivolto altrove, come se il tragitto fosse più importante del luogo stesso.

Non è una questione di passato contro presente.

Non è nemmeno una questione di tecnologia o di modernità.

È qualcosa di più sottile.

Forse abbiamo imparato a riempire ogni minuto della giornata, ma abbiamo dimenticato il valore di alcuni momenti apparentemente inutili. Quei momenti in cui non si produce nulla, non si corre verso una meta, non si cerca un risultato. Semplicemente si condivide uno spazio con altre persone.

Ed è qui che nasce il paradosso del nostro tempo.

Abbiamo piazze digitali affollatissime, eppure molte persone si sentono sole.

Siamo connessi come mai prima d'ora, ma spesso ci manca quel senso di appartenenza che nasce da uno sguardo, da una stretta di mano, da una conversazione nata per caso davanti a un bar o sotto il campanile di una piazza.

Perché una piazza non vive grazie alle sue pietre.

Vive grazie alle persone che la abitano.

Le fontane, i portici, le panchine e le facciate dei palazzi sono soltanto il contenitore. La vera anima di una piazza è fatta di incontri, di voci e di piccoli gesti quotidiani che, sommati tra loro, costruiscono il senso di una comunità.

Forse per questo le piazze continuano ad affascinarci.

Perché ci ricordano qualcosa che rischiamo di dimenticare: nessuno è fatto per attraversare la vita completamente da solo.

E allora, forse, la prossima volta che passeremo in una piazza, potremmo concederci qualche minuto in più. Rallentare il passo. Alzare lo sguardo. Ascoltare il suono delle campane, il vociare delle persone, il rumore leggero dei passi sulle pietre consumate dal tempo.

Perché una piazza torna a vivere ogni volta che qualcuno decide di fermarsi.

E, a volte, fermarsi non significa perdere tempo.

Significa ritrovare gli altri. E forse, un po', anche sé stessi.



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Frank Perna

21 maggio 2026

Prigionieri del tempo

Quando una deviazione improvvisa ci costringe a fermarci davvero


Vista dall'interno di un'auto attraverso il parabrezza bagnato di pioggia, con le luci sfocate di un cantiere stradale all'alba.


Il caffè aveva ancora il sapore amaro della fretta.
La radio parlava in sottofondo con quella voce distante fatta di traffico, notizie e previsioni del tempo, mentre la città si svegliava lentamente sotto un cielo grigio di prima mattina. Le mani stringevano il volante quasi senza pensarci, seguendo un percorso imparato a memoria dopo anni di abitudini identiche: stessi semafori, stessi incroci, stessi minuti calcolati al millimetro.

Fu allora che apparve il cartello.

Strada chiusa.

Poche parole.
Eppure bastarono a cambiare l’atmosfera dentro l’abitacolo.

Il piede sfiorò il freno più forte del necessario. Lo sguardo cercò immediatamente un’alternativa tra deviazioni improvvisate, sensi unici e auto ferme in colonna. Intorno iniziarono i clacson, le frenate nervose, i gesti esasperati di chi aveva improvvisamente perso il controllo di una mattinata che credeva perfetta.

Ed era proprio lì il punto.

Non erano quei dieci minuti persi a fare paura.
Non era il traffico.
Non era nemmeno il ritardo.

Era lo smarrimento.

Quella sensazione sottile che nasce quando qualcosa interrompe il pilota automatico acceso dentro di noi. Perché gran parte delle giornate viene vissuta così: programmata, incastrata, ripetuta fino a diventare invisibile. Le abitudini fanno risparmiare energia, ma spesso finiscono anche per addormentare la mente. Si percorrono le stesse strade non solo con l’auto, ma anche nei pensieri, nelle emozioni, nei gesti quotidiani.

Poi arriva un imprevisto.
Un cantiere, un “no”, una deviazione improvvisa..

E qualcosa dentro si incrina.

Forse perché si scopre quanto fragile sia l’equilibrio costruito attorno al tempo. Basta poco: un semaforo più lungo del previsto, una strada interrotta, un appuntamento che salta. Piccoli eventi capaci di far crollare giornate intere come castelli di carte.

A quel punto nasce una domanda inevitabile.

Siamo davvero padroni del nostro tempo… oppure ne siamo diventati prigionieri?

Perché se una deviazione di pochi minuti riesce a rubare la serenità, allora forse il problema non è la strada chiusa. Il problema è aver trasformato la vita in una corsa talmente precisa da non lasciare più spazio all’imprevisto, al respiro, all’errore, alla lentezza.

Ed è qui che il paradosso diventa quasi poetico.

Quel cantiere che genera rabbia e nervosismo esiste in realtà per riparare qualcosa. Per migliorare una strada. Per renderla più stabile, più sicura, più utile al futuro. E allora forse anche certi blocchi della vita funzionano allo stesso modo. Fermano il cammino perché qualcosa dentro ha bisogno di essere sistemato. Costringono a rallentare quando si stava andando troppo veloci persino per accorgersi di sé stessi.

La deviazione, a volte, non è una punizione.
È una possibilità.

Magari la strada alternativa è più lunga.
Magari attraversa quartieri mai guardati davvero.
Magari obbliga a cambiare prospettiva.

Ma proprio lì, lontano dal percorso perfetto, può accadere qualcosa di raro: tornare presenti.

Accorgersi del rumore della pioggia sul parabrezza. Del silenzio tra una notizia e l’altra alla radio. Della luce del mattino che filtra tra i palazzi. Del respiro corto che lentamente torna normale.

Perché la vera stanchezza, forse, non nasce dagli imprevisti.
Nasce dal vivere continuamente in automatico.

E allora quella strada chiusa smette di essere soltanto un ostacolo. Diventa uno specchio. Un promemoria lasciato dalla vita nel mezzo della routine per ricordare che il controllo assoluto non esiste. Che il tempo non si può trattenere tra le mani. E che la libertà non significa evitare ogni deviazione, ma imparare a non perdersi quando il percorso cambia all’improvviso.

In fondo, esiste sempre una strada alternativa.
Bisogna solo avere il coraggio di rallentare abbastanza per vederla.



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Frank Perna

20 maggio 2026

Il gioco dei quattro indizi

Quando una risposta inattesa cambia il significato del gioco


Mani che tengono uno smartphone illuminato in una stanza buia, con particelle di luce che evaporano dallo schermo.


C’era una sera qualunque, di quelle che scorrono léggere senza lasciare traccia. Una stanza illuminata appena dallo schermo di un telefono, qualche parola scambiata quasi per gioco e un piccolo quiz costruito su quattro indizi progressivi. Nulla di importante, almeno all’inizio. Uno di quei passatempi che nascono per curiosità, per divertimento, per vedere fino a che punto la fantasia riesca a riconoscere qualcosa prima degli altri.

I segnali erano pochi, essenziali.

Una compromissione dei movimenti.
Un comportamento aggressivo.
L’assenza quasi totale di comunicazione.
Lamenti non verbali, suoni spezzati, privi di parole.

Per qualche istante tutto sembrava appartenere al linguaggio del cinema, a quelle figure inquietanti che da anni popolano racconti horror e serie televisive. Il pensiero correva lì, verso l’immaginario collettivo dello “zombie”, verso quella creatura privata lentamente della propria identità, incapace di riconoscere il mondo e sé stessa.

Poi, però, qualcosa cambiò.

Non fu un colpo di scena rumoroso.
Fu più simile a un silenzio improvviso.

Perché, osservando meglio quegli indizi, il gioco smise lentamente di sembrare fantasia. E ciò che fino a pochi minuti prima appariva come un semplice riferimento alla cultura pop iniziò ad assumere contorni molto più reali. Molto più umani. Molto più dolorosi.

Fu in quel momento che emerse un pensiero difficile da ignorare: alcune delle paure che il cinema trasforma in mostri esistono già nella realtà, solo con un nome diverso.

Le malattie neurodegenerative, nelle loro fasi più dure, possono portare una persona a smarrire lentamente ciò che la rende riconoscibile agli occhi degli altri. La memoria si confonde. Le parole si spezzano. I gesti cambiano. A volte perfino il carattere sembra dissolversi dentro qualcosa di estraneo.

E forse è proprio questo a spaventare così profondamente l’essere umano.

Non tanto il corpo che invecchia, ma l’idea di perdere sé stessi poco alla volta.

Ci sono corridoi silenziosi, in certe strutture sanitarie, dove il tempo sembra rallentare. Luci soffuse che si riflettono sui pavimenti lucidi. Televisori accesi a basso volume. Sedie accanto a finestre da cui entra una luce pallida del tardo pomeriggio. E poi sguardi. Sguardi che cercano ancora un volto familiare, una voce conosciuta, un frammento di memoria a cui aggrapparsi.

Chi vive accanto a una persona colpita da queste malattie spesso racconta una sensazione difficile da spiegare: quella di vedere il proprio caro presente fisicamente, ma lontano in modi che le parole non riescono davvero a descrivere.

Ed è forse qui che nasce il cortocircuito emotivo con certe immagini del cinema.

Perché molte storie horror hanno sempre parlato, in fondo, delle paure più profonde dell’uomo: la perdita del controllo, della memoria, la trasformazione di qualcuno che si ama in una presenza che sembra non riconoscere più nulla.

Ma la realtà non ha bisogno di effetti speciali per fare male.

E proprio per questo, forse, quel piccolo gioco nato per leggerezza si è trasformato in una riflessione molto più grande. Una riflessione sul valore fragile della coscienza, della memoria e della comunicazione. Su quanto siano preziose quelle cose che spesso vengono considerate normali finché non iniziano lentamente a sfuggire via.

Naturalmente, parlare di tutto questo richiede delicatezza.

Non per paura di affrontare il tema, ma per rispetto verso chi vive ogni giorno una battaglia silenziosa fatta di attese, diagnosi, ricordi che svaniscono e tentativi continui di mantenere viva la dignità di una persona amata.

Ed è importante ricordare anche un’altra cosa.

La realtà di oggi non è immobile.

La ricerca scientifica continua a muoversi. Nuove terapie, diagnosi sempre più precoci e strumenti più avanzati stanno offrendo possibilità che fino a pochi anni fa sembravano lontanissime. Non esistono miracoli improvvisi, ma esiste il progresso. Ed esiste soprattutto qualcosa che nessuna malattia dovrebbe mai cancellare: la vicinanza umana.

Perché quando la memoria vacilla, restano ancora i gesti. Resta la presenza. Resta una mano stretta nel silenzio. Restano quelle piccole forme di amore che non hanno bisogno di essere ricordate per essere reali.

Forse, alla fine, quel gioco non parlava davvero di mostri.

Parlava della paura più antica dell’uomo: perdere ciò che lo rende umano.

E forse il modo più autentico per combattere quella paura non è distogliere lo sguardo, ma imparare a osservare queste fragilità con più empatia, più consapevolezza e più rispetto.

Perché certe battaglie non chiedono spettacolo.
Chiedono presenza.



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Frank Perna

11 febbraio 2026

Il tempo nascosto di febbraio

Quando l’apparente immobilità prepara cambiamenti invisibili



Febbraio arriva spesso in punta di piedi. Non ha l’energia delle feste appena passate, né le promesse luminose della primavera che si avvicina. È un mese che si posa sulle giornate con un silenzio particolare, fatto di mattine fredde, cieli che sembrano trattenere la luce e quell’aria pungente che rallenta i gesti, quasi invitando a muoversi con più cautela.

Chi esce presto al mattino lo sente sulla pelle: il respiro che diventa vapore, le strade ancora immerse in una quiete sonnolenta, il passo che fatica a trovare slancio. Febbraio non si impone, ma avvolge. E spesso, senza accorgersene, molte persone iniziano a percepirlo come un mese sospeso, lento, talvolta persino pesante.

Non è raro che venga descritto come il mese più corto dell’anno e, allo stesso tempo, come uno dei più amari. Forse perché arriva subito dopo l’entusiasmo dei nuovi inizi, quando i buoni propositi dell’anno appena nato iniziano già a confrontarsi con la realtà quotidiana. Quelle promesse fatte a sé stessi sembrano rallentare, come se il freddo le avesse cristallizzate per un momento.

Le giornate grigie, la luce che tarda ad allungarsi, il clima instabile che oscilla tra pioggia e vento creano un’atmosfera che non agisce solo sul paesaggio, ma anche sull’umore. È un periodo in cui molte persone avvertono una stanchezza sottile, difficile da spiegare. Una sensazione che non sempre si traduce in tristezza, ma che può trasformarsi in nervosismo, in apatia, in quella voglia di fermarsi che spesso la routine non concede.

In questo scenario, febbraio diventa anche un mese carico di rumori esterni. Eventi, spettacoli, competizioni sportive, dibattiti televisivi, discussioni che si accendono e si diffondono rapidamente, tra televisione, social e conversazioni quotidiane. È come se, nel tentativo di riempire quel senso di immobilità stagionale, molte persone trovassero rifugio nel commentare ciò che accade altrove.

Festival musicali che accendono entusiasmi e polemiche, risultati sportivi che dividono e uniscono allo stesso tempo, notizie che si rincorrono tra opinioni contrastanti. Febbraio sembra trasformarsi in una grande piazza virtuale dove si discute di tutto, spesso con intensità, talvolta con leggerezza, altre volte con un coinvolgimento emotivo che supera persino l’importanza reale degli eventi stessi.

Accade così che le giornate si riempiano di parole, di giudizi, di confronti, quasi come se parlare di ciò che succede sugli schermi diventasse un modo per allontanare il silenzio che questo mese porta con sé. Ma dietro questo brusio collettivo rimane una sensazione più profonda, meno visibile, che riguarda il rapporto tra le persone e il tempo che stanno attraversando.

Febbraio è una stagione interiore, oltre che climatica. È quel tratto dell’anno in cui si attraversa una terra di mezzo: l’entusiasmo iniziale si è affievolito, mentre il rinnovamento non è ancora arrivato. È una fase di attesa, e l’attesa, per sua natura, può mettere alla prova la pazienza, la motivazione e persino l’umore.

Molti, senza rendersene conto, vivono questo periodo come una ripetizione ciclica. I progetti partono con entusiasmo a gennaio, rallentano a febbraio e spesso vengono rimandati, talvolta persino dimenticati, fino a quando un nuovo anno riaccende nuovamente le stesse speranze. È una dinamica silenziosa, quasi comica nella sua ripetizione, ma anche profondamente umana.

Eppure, proprio dentro questa apparente immobilità, febbraio custodisce un significato più sottile. Nella natura, questo mese non è mai davvero fermo. Sotto la superficie fredda del terreno, qualcosa continua a muoversi. I semi riposano, ma non sono inattivi. Stanno accumulando forza, preparandosi a germogliare quando il tempo sarà favorevole.

Forse accade qualcosa di simile anche nelle persone.

Ci sono momenti in cui la vita chiede di rallentare, di osservare, di attraversare fasi meno luminose senza cercare necessariamente di riempirle o evitarle. Febbraio può diventare uno spazio in cui si impara ad accettare il ritmo naturale delle cose, comprendendo che non ogni stagione è fatta per crescere in modo visibile.

Ci sono periodi dedicati alla semina, altri alla fioritura, altri ancora alla raccolta. E poi esistono stagioni più silenziose, in cui il cambiamento avviene lontano dagli sguardi, nel sottosuolo delle emozioni, dei pensieri, delle trasformazioni interiori.

Guardato in questo modo, febbraio smette di essere soltanto un mese freddo o malinconico. Diventa una pausa necessaria, un respiro trattenuto tra ciò che è stato e ciò che sta per nascere. Una fase che può insegnare il valore dell’attesa, della pazienza e della fiducia nei processi che non mostrano risultati immediati.

Perché, così come il cielo invernale può restare coperto per giorni, senza che il sole smetta davvero di esistere, anche i momenti più grigi della vita non cancellano la possibilità della luce. La nascondono soltanto, temporaneamente, dietro uno strato di nuvole che, prima o poi, è destinato a dissolversi.

Febbraio ricorda che la vita non procede sempre con slanci e colori accesi. Esistono fasi più lente, più silenziose, che possono sembrare vuote ma che, in realtà, stanno preparando nuovi inizi. E forse è proprio attraversando queste stagioni con consapevolezza che si impara a riconoscere il valore dei cambiamenti quando arrivano davvero.

Perché ogni inverno, anche quello più lungo e ostinato, porta già dentro di sé la promessa invisibile della primavera.



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Frank Perna

25 ottobre 2025

Tornare indietro (solo di un’ora… o magari di una vita)

Stanotte l’orologio torna indietro di un’ora, ma il pensiero va più lontano:
e se potessimo davvero riscrivere il tempo?



Qualche tempo fa ci eravamo già chiesti se il cambio d’orario avesse ancora senso, un piccolo rito che, ogni anno, divide opinioni tra chi lo considera utile e chi lo vede come un’abitudine ormai superata.

(Se vuoi rileggere quella riflessione la trovi qui 👉 Ora legale: ha ancora senso il cambio?)

Ma oggi, invece di tornare sul dibattito pratico, proviamo a farne una riflessione un po’ diversa.

Non di un anno, non di una vita. Solo di un’ora che, per molti, è già qualcosa.

Per qualcuno è l’occasione di dormire un po’ di più, per altri un ritorno all'ennesima confusione tra orologi vari, quelli che si aggiornano da soli e quelli che non lo fanno mai.

Ogni anno, lo stesso rituale: spostiamo le lancette e fingiamo di aver guadagnato tempo.

Eppure, dietro questo piccolo gioco con il tempo, c’è un pensiero che torna sempre:
“E se potessimo davvero tornare indietro?”. 

Non di sessanta minuti, ma di giorni, mesi, magari anni.

C’è chi tornerebbe al giorno di una scelta sbagliata, chi a un amore lasciato andare, chi a quell’attimo preciso in cui ha detto o non ha detto qualcosa.

Ma il tempo, si sa, è un tiranno gentile: ci lascia solo ricordare, mai riscrivere.

Forse è proprio questo il paradosso più grande, perché se potessimo cambiare il passato, perderemmo anche le lezioni che ci hanno "costruiti".
Ogni errore, ogni rimpianto, ogni “avrei potuto” è parte di ciò che siamo oggi.

E in fondo, nessuno garantisce che tornare indietro renderebbe le cose migliori.
Potremmo anche finire per rovinare ciò che ora diamo per scontato.

Ma per una notte, almeno, ci è concesso sognarlo:
il lusso di girare le lancette e immaginare che si possa sistemare qualcosa.

Poi domani arriverà comunque, con la sua ora in più di sonno e la sua ora in meno di luce. E noi torneremo al presente, dove le cose si aggiustano non tornando indietro, ma andando avanti.

Perché il tempo migliore per cambiare qualcosa è sempre lo stesso: adesso.
Non quello che è stato, non quello che verrà, ma questo, l’unico che abbiamo davvero.

Stanotte torneremo indietro di un’ora, sì.
Ma solo per ricordarci che, in fondo, il tempo cammina sempre verso il futuro.

E che ogni giorno, con le sue ore storte e dritte, ci regala un piccolo viaggio nel tempo: quello che ci porta un passo più vicino a noi stessi.



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