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30 aprile 2025

Il valore che non si misura a voti

L’intelligenza che nasce lontano dai banchi di scuola, e vive nel mondo reale.


 

Si è già detto, in un’altra riflessione, che il titolo di studio oggi somiglia sempre più a un Telepass scarico: a volte apre porte, spesso no.

Ma si concludeva dicendo che studiare, in fondo, resta un valore: per come ti forma dentro, per come ti aiuta a vedere il mondo.

👉 Leggi anche: Il titolo di studio – biglietto per il futuro o Telepass scarico?

Eppure c’è qualcosa che in quel discorso non si è detto abbastanza.

C’è chi non ha mai avuto un titolo, né aule né esami. Ma ha imparato. E ha capito.

C’è un sapere che non passa dai banchi, ma dalle mani.
Non si misura con i voti, ma con il modo in cui si ascolta, si osserva, si reagisce.
È il sapere di chi ha costruito la propria consapevolezza nel silenzio della quotidianità, dove ogni errore è una lezione, ogni ferita una pagina letta e vissuta.

C’è chi non è mai stato chiamato “dottore”, ma ha saputo curare l’anima di un amico.
Chi non ha mai studiato psicologia, ma conosce le pieghe dell’animo umano meglio di chiunque altro.
Chi non ha letto testi accademici, ma ha letto la vita — e l’ha compresa, anche nelle sue contraddizioni più sottili.

La cultura, dopotutto, non è il numero di libri letti, ma il numero di prospettive comprese.
È la curiosità che ti spinge a fare domande, anche quando nessuno te le ha insegnate.
È la voglia di sapere “perché” senza che qualcuno ti obblighi a saperlo.

Il mondo è pieno di persone così.
Che non hanno avuto tempo, mezzi o voglia di sedersi dietro un banco, ma che hanno coltivato la loro intelligenza fuori dalle aule, nella scuola più severa: la vita.
E non si sono mai sentiti inferiori a chi ha una laurea, perché sanno che il valore di una persona non si stampa su un pezzo di carta.

Chi non ha studiato, a volte, ha solo studiato altrove.
E il risultato, spesso, è sorprendentemente profondo.



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Frank Perna

24 aprile 2025

L’esperienza che si dimentica

Quando l’abitudine scompare, anche le sicurezze acquisite possono svanire. Una riflessione sul valore della costanza nelle piccole cose.



Ci sono situazioni che non richiedono grandi sforzi, eppure riescono a farci vacillare.
Non perché siano oggettivamente complesse, ma perché ci colgono fuori allenamento. Piccoli gesti, normali per chi li vive ogni giorno, possono diventare per altri una fonte di disagio, di timore, persino di ansia.

Non si tratta di vere e proprie difficoltà, quanto piuttosto di abitudini perdute. O mai costruite.
A volte, basta il pensiero di dover affrontare qualcosa di semplice, una chiamata, un viaggio, una richiesta, per sentire un nodo allo stomaco che non ha proporzione con ciò che si dovrà realmente fare.

E il paradosso è proprio lì: si sa già che, una volta fatto, non sarà stato poi così grave.
Che l’ansia era sproporzionata. Che tutto è andato liscio. Ma alla successiva occasione, se è passato troppo tempo, la sensazione ritorna. Identica. Come se l’esperienza precedente non avesse lasciato traccia.

È il prezzo dell’intermittenza.
La mancanza di continuità ci rende vulnerabili, anche di fronte a ciò che conosciamo. Quando un gesto non viene ripetuto, non diventa sicuro. Rimane lì, instabile, e ogni volta bisogna ricominciare da capo.
Ecco perché certe situazioni banali possono sembrare montagne: perché non sono state integrate. Sono visite occasionali in un territorio sconosciuto.

Ma questa condizione non riguarda solo le azioni.
Si manifesta anche nel modo in cui si vive. In certe realtà, ad esempio, si è costretti a sviluppare attenzione, intuito, prontezza. Abilità che diventano riflessi, che si esercitano nel quotidiano. Poi, quando quelle condizioni cambiano, ci si rilassa. Ed è giusto così. Ma nel rilassarsi si perde qualcosa. Quell’allerta costante che un tempo sembrava un peso, in realtà teneva sveglia una parte di noi.

E non è nostalgia di ciò che era.
È solo consapevolezza di come il contesto ci forma, e di come il tempo, lentamente, ci smussa.

Ci si abitua alla semplicità. Alla sicurezza.
Ma la semplicità continuativa può diventare, a sua volta, un disallenamento.
Così, quando qualcosa di inaspettato ritorna, anche se già vissuto, ci si sente spaesati. La mente vacilla, la sicurezza si incrina, e si ricade in quello stesso meccanismo: il corpo trattiene il respiro, anche se la ragione sa che non serve.

Questo non significa che bisogna vivere sempre in tensione.
Anzi. Significa piuttosto che certe paure non vanno giudicate con durezza. Sono il riflesso di un’abitudine che manca. Non una fragilità, ma una pausa troppo lunga.

E allora, forse, la chiave sta nel riconoscerlo.
Nel sapere che non c’è nulla di sbagliato se qualcosa di semplice ci mette in difficoltà. È solo una parte di noi che ha bisogno di essere riattivata. Non servono grandi prove, solo piccoli ritorni.
Perché ciò che oggi sembra difficile, domani può tornare ad essere familiare. Basta ritoccare quel gesto. Riavvicinarsi. Riscendere sul campo, anche solo per pochi passi.

Perché nulla educa come l’esperienza.
E nulla si dimentica più facilmente di ciò che non si ripete.



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Frank Perna

15 aprile 2025

Il Dirò-Farò: creatura mitologica che divora il tuo tempo

Tra illusione, promesse e sparizioni improvvise: un documentario satirico su chi ti ruba speranze… e minuti di vita.



In un mondo in cui il tempo è la valuta più preziosa, esistono creature che vivono non per rubare oro o terre, ma secondi, minuti, ore... vite. E tra le più elusive e subdole, troviamo lui:

il Dirò-Farò.

Una figura mitologica, metà uomo… metà promessa.
Un essere affascinante, seducente, illusorio.
Apparentemente raro, ma in realtà estremamente diffuso.
È ovunque, ma invisibile.
Un maestro del travestimento sociale, capace di mimetizzarsi nei contesti più insospettabili: uffici, bar, riunioni, cene di famiglia… persino nei sogni altrui.

Origini di una Leggenda

Si narra che il Dirò-Farò sia nato dalla fusione di due elementi antichi:
l’Ego smisurato di Narciso e la Vacuità del Nulla.
Il risultato? Una creatura che promette, assicura, giura, millanta… ma non consegna.
Non costruisce, non risolve, non conclude.
Emette versi fatti di parole, ma le sue corde vocali sono composte da scuse, rinvii e “tranquillo, ci penso io”.
Nessuno lo ha mai visto concludere un compito.
Si dice che l’unico progetto a cui abbia mai lavorato… sia stato dimenticato anche da lui.

L’Habitat del Dirò-Farò

Abita luoghi sociali ad alta densità di sogni e urgenze.
Lo si può trovare nei corridoi dei palazzi pubblici, nei parcheggi dopo le riunioni, o accanto al buffet degli eventi, pronto a dispensare favori mai realizzati.
Non ama i silenzi: prospera nel rumore delle sue stesse parole.
Quando ti parla, sei convinto che sia l’unica via.
Ma attenzione: più lo segui, più ti perdi.
E mentre tu aspetti che lui faccia… il tempo, semplicemente, se ne va.

Anatomia della Creatura

Il Dirò-Farò possiede un corpo umano, ma il suo cuore è un calendario bucato.
Le sue mani sono sempre impegnate… ma in cose non ben specificate.
Il suo sguardo è pieno di convinzione, il tono della voce rassicurante, il passo sicuro.
Ma il suo cervello… è un labirinto di frasi fatte.

È noto per comunicare tramite una lingua antica chiamata Illusiàn, fatta di espressioni come:

– “Non ti preoccupare”,
– “È cosa fatta”,
– “Settimana prossima ti aggiorno”,
– “Appena posso, lo faccio”.

Il Comportamento Sociale

Il Dirò-Farò è un animale relazionale. Ama le folle, i giri di parole e le scenette da caffè.
Si nutre dell’attenzione altrui, del prestigio che si autoconferisce.
Si circonda spesso di persone in cerca di soluzioni rapide, e lì… entra in scena.
Non chiede soldi. Non vuole gloria.

Vuole essere riconosciuto come colui che “può fare”.

Peccato che, sistematicamente… non fa.
Il suo talento? Farti credere che la strada per la soluzione passi per lui.
Il suo effetto collaterale? Dopo mesi, capisci che l’unico ostacolo… era lui.

L’Arte dell’Evasione

Questa creatura è dotata di un incredibile talento per sparire.
Quando lo cerchi… è occupato.
Quando lo solleciti… è impegnato.
Quando insisti… diventa vago.

È come un incantesimo:
ogni tua richiesta si dissolve nella nebbia della sua agenda inesistente.

Tornerà, sempre con lo stesso incipit: “Scusa il ritardo, ma ho pensato a te ogni giorno.”
Peccato che il tempo… non aspetti nessuno.

Come Difendersi

Il Dirò-Farò non si combatte. Non si cambia.
Si riconosce.
Si osserva.
Si ascolta mentre pronuncia il suo mantra: “Dirò… farò…”
E lì, tu capisci.
Che il tempo, il tuo tempo, è troppo prezioso per essere barattato con parole.
Che non esistono corsie preferenziali per la realizzazione: solo impegno, realtà, e consapevolezza.
E che, in fondo, l’unica vera promessa da seguire è quella che fai a te stesso.

Epilogo

Il Dirò-Farò: se lo conosci, lo eviti. Se lo conosci… non ti uccide il tempo.



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Frank Perna

04 aprile 2025

Come arriveremo alla fine del viaggio?

Non è la morte a far paura, ma il modo in cui ci arriviamo.



C’è un pensiero che sfiora la mente di chiunque, prima o poi. Non è la morte a farci paura, ma il modo in cui ci arriveremo. Non il buio dell’ignoto, ma il peso della strada percorsa, il dolore accumulato, il corpo che si piega sotto il tempo. Perché morire è inevitabile, ma vivere fino a quel momento, quello sì che è un mistero.

Si trascorrono anni a evitare il peggio, a proteggersi, a scegliere con cura cosa mangiare, come muoversi, come respirare. Ma la vita è beffarda: per quanto possiamo seguirne le regole, resta sempre imprevedibile. Ci sono coloro che hanno sfidato ogni limite, vissuto senza freni, eppure sono arrivati lontano, quasi senza accorgersene. E ci sono quelli che hanno rispettato ogni precetto, cercato di costruire un percorso sano e consapevole, per poi ritrovarsi bloccati in una condizione che non avevano previsto.

Dunque, cosa conta davvero? È giusto pensare solo alla durata della vita, oppure dovremmo chiederci come viviamo il tempo che ci è concesso? Ci si può davvero dire fortunati se si raggiunge un’età avanzata, se poi gli ultimi anni sono un lungo declino fatto di sofferenza e privazioni? O forse la vera fortuna sta nel riuscire a spegnersi come una candela, quando la fiamma si assottiglia dolcemente e non quando una folata improvvisa la strappa via?

Il nostro viaggio è fatto di scelte, ma anche di incognite. Si può scegliere di eliminare ciò che fa male, evitare il superfluo che logora, proteggere il corpo il più possibile. Ma non si può decidere davvero il finale. La vita non è un’equazione con un risultato garantito: è una somma di attimi, un equilibrio tra ciò che possiamo controllare e ciò che ci sfugge.

Alla fine, non si tratta solo di vivere a lungo, ma di arrivare al traguardo nel miglior modo possibile. Non trascinarsi, non farsi consumare da un’esistenza che si accorcia a ogni respiro, ma trovare il modo di vivere bene, finché è concesso.

E se non possiamo scegliere quando sarà il nostro ultimo giorno, possiamo almeno decidere come vogliamo trascorrere quelli che ci restano.




Frank Perna

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