01 maggio 2025

Il Primo Maggio di chi non festeggia

Non tutti oggi si sentono rappresentati: tra chi lavora senza vivere e chi vive senza lavorare, il senso di questa festa vacilla.



Oggi è il Primo Maggio, la festa dei lavoratori. Ma c’è chi la chiama festa solo per tradizione, non certo per convinzione.

In un’Italia dove l’articolo 1 della Costituzione recita con fermezza che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, questa giornata suona sempre più come una contraddizione. Perché il lavoro c’è, ma spesso non è dignitoso. Perché c’è chi lavora senza vivere, e chi vive senza lavorare.

Il senso originario di questa giornata nasce lontano, a Chicago, nel 1886. Operai in marcia per chiedere diritti fondamentali come la giornata lavorativa di otto ore. Uomini e donne che non volevano privilegi, solo giustizia. E oggi, a distanza di oltre un secolo, quei diritti sembrano ancora materia di battaglia. Non più nelle piazze con i cartelli, ma tra bollette da pagare, contratti a termine e orari flessibili che si piegano solo in una direzione.

Una volta, il lavoro era visto come riscatto, opportunità, crescita. Oggi, per molti, è una sopravvivenza fatta di turni infiniti, ferie non godute, stipendi che non bastano. C’è chi ha un contratto, ma non ha tempo. C’è chi ha tempo, ma non ha un contratto. C’è chi lavora da una vita e ancora non ha certezze. C’è chi cerca un’occasione da anni e ormai ha smesso di sperarci.

E allora viene da chiedersi: cosa si festeggia, davvero?

Non si tratta di negare il senso della giornata, ma di riportarlo alla sua essenza. Una festa dovrebbe nascere da una conquista, non da un’abitudine. Celebrare il lavoro significa ricordarsi anche di chi non ce l’ha, o di chi ce l’ha a caro prezzo. E forse oggi più che mai, il Primo Maggio dovrebbe essere meno una giornata di auguri e più un momento di ascolto.

Perché dietro ogni lavoratore c’è una storia. C’è chi ha lasciato il paese d’origine inseguendo una promessa. C’è chi, ogni mattina, mette la sveglia non per ambizione ma per necessità. C’è chi porta avanti famiglie intere col proprio stipendio, anche se non basta. C’è chi accetta qualsiasi condizione pur di non restare fermo, e c’è chi invece è fermo, ma non per sua scelta.

Eppure — in tutto questo — il Primo Maggio può ancora essere un punto di partenza. Non per celebrare ciò che non c’è, ma per ricordare ciò che dovrebbe esserci. E ciò che può ancora nascere.

Perché, nonostante tutto, c’è chi resiste.
C’è chi si reinventa.
C’è chi non si arrende.
C’è chi continua a lottare, con la schiena dritta, anche se il mondo sembra volerli piegare.

Questa è la vera forza dei lavoratori: la resilienza silenziosa di chi, pur senza festa, continua a costruire la propria strada.

A chi lavora e non vive. A chi vive ma non lavora. A chi cerca. A chi aspetta. A chi si rialza. 
Questo Primo Maggio è anche il vostro.



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Frank Perna

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