12 aprile 2025

L’evoluzione (in)utile del telefonino

Da simbolo di libertà a fonte di stress quotidiano: quando la tecnologia smette di semplificare e inizia a complicare.




C’è stato un tempo in cui il telefono cellulare rappresentava una piccola grande rivoluzione. Era il passaggio da un mondo fatto di gettoni e cabine pubbliche, a uno in cui la comunicazione diventava finalmente personale, immediata, diretta. Il numero era uno solo, e a conoscerlo erano le persone più vicine. Quando squillava, era un amico, un familiare, qualcuno che si era scelto di avere nella propria cerchia. Ricevere una chiamata, o anche un semplice SMS, era quasi sempre un piacere.

Oggi, paradossalmente, l’evoluzione di quello stesso oggetto ha portato a un risultato molto diverso. Il telefonino è diventato un contenitore senza fondo, ricco di funzioni, notifiche, app, stimoli continui… e quasi nessuno di questi legati davvero alla comunicazione essenziale. È uno strumento avanzatissimo, ma al tempo stesso invadente, dispersivo, perfino pericoloso.

Non è raro che la giornata venga interrotta da dieci o più chiamate da numeri sconosciuti. Alcuni vogliono vendere qualcosa, altri fingersi ciò che non sono: operatori, enti pubblici, fornitori di servizi. Altri ancora cercano solo di carpire dati, attenzione, tempo. Le notifiche si moltiplicano, le distrazioni diventano costanti, la mente non ha più tregua.

Ciò che una volta era uno strumento di libertà, oggi rischia di essere un generatore di ansia. La comunicazione vera è soffocata dal rumore. La relazione è sostituita dalla reazione. Le scelte vengono sollecitate, forzate, guidate da input esterni, senza lasciare più spazio alla pausa, al pensiero, alla volontà.

Forse, a guardarlo bene, il telefonino non è cambiato da solo. È cambiato insieme al modo in cui si vive. Oggi si è sempre connessi ma sempre più scollegati da sé stessi. Sempre informati ma sempre più confusi. Sempre raggiungibili, eppure sempre più soli. Quella che era una rivoluzione oggi sembra una trappola ben confezionata.

Questo pensiero non è un rimpianto del passato. È una riflessione sul presente. Un invito a fermarsi, anche solo per un istante, e chiedersi: quando l’evoluzione ci rende peggiori, possiamo ancora chiamarla progresso?

Eppure, in tutto questo, ciò che manca davvero non è una nuova funzione… 
ma un attimo di pace.



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Frank Perna

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