14 settembre 2025

Quando il mondo diventa uno schermo

Riflessioni sulla dipendenza digitale e la necessità di una saggezza civile.



Cammina per la piazza e lo si vede subito: 
il mondo si è rimpicciolito fino allo schermo di uno smartphone.

Volti che si abbassano, conversazioni che si spengono, sguardi che scivolano su finestre luminose invece che incontrarsi. È una compagnia costante e silenziosa: comoda, rassicurante, eppure capace di occupare gli spazi dove prima c’era voce, lentezza, il tempo di guardare l’altro.

Questa presenza pervasiva non è nata dall’oggi al domani. È il risultato di una trasformazione lenta e radicale: da computer fissi nelle case a dispositivi che tengono in tasca l’intero mondo. 

Con il tempo la rete ha smesso di essere un’opzione: 
oggi è condizione di cittadinanza, e chi non vi accede rischia l’esclusione. 

Non si usa più soltanto per svago: ci si paga le bollette, si prenota una visita, si riceve il referto, si firma un documento. I servizi hanno trasferito il loro “centro” sui link e sui codici, e chi non ha dimestichezza con questi linguaggi si trova escluso senza essere colpevole.

Si possono distinguere due volti della dipendenza digitale. C’è il volto emotivo: la continua ricerca di stimoli, l’attenzione che si disgrega in piccoli frammenti, la conversazione che svanisce in notifiche. E c’è il volto funzionale: quando uffici, banche, sanità e mobilità richiedono la connessione come prerequisito, la rete diventa condizione di cittadinanza più che di scelta. Senza internet, per molte cose, si è spinti fuori. Questa frase non è provocazione: racconta una realtà quotidiana fatta di code telefoniche, anziani che cercano qualcuno che stampi un QR code per loro, lavoratori che si bloccano al primo guasto di rete.

Non si tratta di puntare il dito contro chi scorre lo schermo al bar, ma di riconoscere una pressione sistemica che spinge procedure e servizi online. Aziende che riducono i costi spostando procedure sul web, enti pubblici che digitalizzano acriticamente, mercati che premiano la velocità e l’efficienza sopra la cura. Il risultato è duplice: da una parte aumenta l’efficacia per chi sa muoversi in quel contesto; dall’altra cresce l’esclusione per chi resta fuori, sia per età, sia per risorse, sia per scelta.

I rischi non sono soltanto pratici. Un blackout, una tempesta solare immaginata o un guasto prolungato mostrano quanto fragile sia quel castello costruito su segnali e server. Quando la rete si oscura, non spariscono solo i social: per molte persone vengono meno accessi fondamentali. Ma c’è anche il rischio meno visibile e più insidioso: la compressione del tempo interiore. La connessione permanente erode la capacità di ascoltare, di aspettare, di noleggiare il silenzio in cui nasce il pensiero. Si impara a vivere a scatti, a zoom, a scorrimenti continui; la profondità diventa un lusso.

Esiste poi una componente morale e culturale: il divario generazionale. I giovani possono sembrare ipnotizzati, gli anziani esclusi, e in mezzo c’è una generazione che ha visto tutto cambiare in pochi anni. Non è questione di colpe: è una questione di grammatica sociale che va riscritta. La tecnologia non è neutra; assume forme che riflettono chi la progetta e chi la impone.

E allora che cosa può fare chi legge?
Non si tratta di offrire ricette, né di indossare il mantello del maestro. Si tratta di accendere la lucina della consapevolezza. In poche parole: la rete è uno strumento, non l’unico orizzonte possibile; non aver paura di chiedere aiuto quando ci si trova esclusi davanti a un codice o a una procedura incomprensibile; coltivare la pazienza verso chi fa fatica, perché domani potrebbe toccare a noi. Non sempre si può cambiare la struttura delle cose, ma si può cambiare il modo in cui ci si sta dentro: con solidarietà, con attenzione, con un filo di gentilezza. È lì che la dipendenza smette di essere isolamento e può diventare occasione per tenere viva una comunità.

La sfida più grande, però, non è tecnica ma culturale. Si chiede alla società di ricordarsi che il tempo della lentezza è un bene da difendere; che il valore del dialogo non si misura in like; che la cittadinanza non può perdere pezzi perché la procedura è diventata un link. Serve saggezza: non per tenere lontana la tecnologia, ma per inserirla in una vita che resti umana.

Alla fine la rete mostra anche la sua bellezza: connette, salva distanze, rende possibili scambi che prima erano solo sogno. Non è diabolica. Ma la domanda rimane e va posta con chiarezza: quale mondo si vuole costruire attorno a questa dipendenza crescente? È una domanda collettiva e personale insieme. E se la risposta vuole essere un atto di cura, allora richiede scelte piccole e grandi: infrastrutture resilienti, diritti digitali veri, ma anche il coraggio quotidiano di spegnere lo schermo e ascoltare.

Quando la rete tace, per un guasto, per scelta, per stanchezza, rinascono le voci. E forse in quel silenzio si riscopre il senso di essere vicini, di avere tempo l’uno per l’altro, di non lasciare indietro chi non ha il codice giusto. Perché alla fine, prima che strumenti o servizi, esistono persone con il loro bisogno di cura.



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Frank Perna

10 settembre 2025

Il tempo che ci rimane

L’illusione della permanenza e la saggezza di vivere ogni istante come unico



Il tempo che resta non è mai infinito, eppure l’uomo vive come se lo fosse. L’illusione della permanenza è forse la più grande delle distrazioni: ci si convince che ci sarà sempre un domani per ricucire uno strappo, per chiedere scusa, per abbracciare chi si ama, per iniziare ciò che si desidera davvero. È un inganno sottile che si insinua nella quotidianità e trasforma il dono fragile del presente in una moneta che crediamo inesauribile. E così scorrono i giorni, e con essi occasioni che non torneranno più.

La saggezza di chi afferma “vivi come fosse l’ultimo giorno” non è un invito all’eccesso, ma al contrario un richiamo alla misura e all’autenticità. Perché se ogni gesto fosse consapevole della sua possibile ultima volta, allora forse le parole avrebbero più peso, i silenzi meno distanza, i conflitti meno orgoglio. Quante relazioni spezzate dal rancore, quante vite segnate da un’assenza che poteva essere colmata, se solo si fosse ricordato che il tempo non aspetta.

La verità è che l’uomo sa di avere un limite, ma vive come se non lo avesse. È questo paradosso a modellare i comportamenti, a creare illusioni di eternità, a spingere verso rimandi che non avranno mai il loro seguito. Se la consapevolezza della fine fosse viva in ogni istante, la società intera assumerebbe un volto diverso: non ci sarebbe più tanto spazio per odi lunghi una vita, per guerre che devastano generazioni, per indifferenze che feriscono più di mille parole.

Eppure non si tratta di vivere con angoscia, ma con gratitudine. Non è il pensiero della morte che deve dominare, ma quello della vita nella sua forma più pura: fragile, limitata, irripetibile. Ogni momento diventa prezioso solo quando ci si accorge che può svanire. Allora un gesto d’affetto, una riconciliazione, una scelta sincera non sono più rimandati, ma vissuti subito, nel presente che è l’unica certezza.

Forse l’umanità cambierebbe davvero se imparasse a guardare il tempo con occhi limpidi, senza nascondersi dietro l’illusione che domani sarà uguale a oggi. Perché il tempo che ci rimane non è un tesoro nascosto in un futuro lontano, ma una fiamma che arde qui e ora, e che chiede soltanto di essere vissuta con pienezza.



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Frank Perna

08 settembre 2025

Cose che abbiamo visto, cose che non dovremmo più vedere

Un viaggio tra passato e presente per riflettere sulle ingiustizie che ancora oggi chiedono coscienza e azione.



Ci sono parole che non invecchiano mai, immagini che attraversano i decenni e restano scolpite come un monito. Accade con certe canzoni che, pur nate in un tempo lontano, sembrano scritte per il presente. È così che una voce del passato torna ad echeggiare nel presente, ricordando le cose che ho visto, quelle che l’umanità avrebbe dovuto superare e che invece, a distanza di quasi quarant’anni, continuano a ripetersi.

Il tempo è passato, il mondo è cambiato, eppure non abbastanza. L’aria avvelenata, l’acqua negata, le guerre che insanguinano popoli e terre, l’indifferenza che spegne le coscienze. Sono scene che non appartengono soltanto a un ricordo, ma che ancora oggi bussano alle porte di chi osserva con occhi aperti. È come se il cammino dell’evoluzione si fosse fermato a metà, lasciando l’uomo sospeso tra il desiderio di pace e la realtà di inganni, ipocrisie, avidità che non conoscono vergogna.

In questa sospensione, nasce la riflessione. Che valore ha aver visto? Vedere non è un gesto neutro, è un atto che comporta responsabilità. Chi vede non può più fingere di ignorare, non può più abbandonarsi alla comoda illusione che il male non esista. Vedere è l’inizio di una scelta: arrendersi all’indifferenza o trasformare lo sguardo in coscienza, la coscienza in voce, e la voce in azione.

Ciò che inquieta è la lentezza, quasi l’immobilità, con cui l’umanità affronta i suoi mali. Generazioni intere si sono susseguite e le promesse di cambiamento si sono spesso infrante contro la durezza del potere, l’egoismo delle nazioni, la paura del diverso. È come se l’umanità fosse un viaggiatore che indossa abiti nuovi ma porta con sé gli stessi vecchi fantasmi. E allora il canto del passato diventa uno specchio del presente: un grido che non è mai stato davvero ascoltato.

Eppure, nonostante tutto, resta un filo che lega chi non si arrende: il desiderio che un giorno si possa guardare il mondo e dire che certe immagini appartengono davvero solo alla memoria. Non si tratta di utopia, ma di responsabilità condivisa. Perché non c’è popolo più vero di quello che nasce dall’essere semplicemente esseri umani, al di là di confini e bandiere.

Il messaggio è chiaro: non accettare più l’orrore come normalità, non lasciare che l’ingiustizia diventi abitudine, non permettere che il silenzio diventi complice. Ogni coscienza risvegliata è una luce accesa nel buio, ogni voce che osa parlare è un mattone posto nella costruzione di un futuro diverso.

E allora la domanda che arriva dal passato resta ancora attuale: basta l’amore per fermare l’orrore? Forse non basta da solo, ma senza di esso nulla può davvero cambiare. L’amore, la compassione, la dignità: sono queste le forze che trasformano la visione in azione. E se le parole di ieri oggi tornano a vibrare, significa che il compito non è finito. Significa che il grido non può spegnersi.



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Frank Perna

06 settembre 2025

Oltre i limiti dell’essere umano

Quando la bontà sembra un traguardo, ma rivela sempre nuove frontiere da esplorare.



Ci sono domande che nascono silenziose, ma che con il tempo diventano urgenze interiori. Una di queste riguarda il limite, se mai esista, dell’essere umani in senso pieno: quanto possiamo crescere nella bontà, nella coscienza, nell’umanità stessa? È un pensiero che emerge quando ci si guarda intorno e si ha la sensazione di essere una piccola stonatura in mezzo al caos. In un mondo spesso dominato dalla fretta, dall’opportunismo, dalla mancanza di rispetto e di considerazione, la scelta di restare onesti, gentili, autentici sembra già una conquista rara. Eppure, questa conquista è davvero un traguardo o soltanto un punto di partenza?

Chi decide di essere “migliore” non lo fa per confrontarsi con gli altri, ma per fedeltà a sé stesso, a quel richiamo interiore che viene dal cuore. Non si tratta di avere qualità speciali o di distinguersi, ma di scegliere ogni giorno di restare umani in una società che spinge spesso nella direzione opposta. Tuttavia, in questa scelta si cela un paradosso: se si guarda la realtà che ci circonda, il confronto con chi non intraprende lo stesso cammino porta a credere di essere arrivati quasi al limite, come se non ci fosse più molto oltre da conquistare.

Ma cosa accadrebbe se lo scenario cambiasse? Se un giorno l’umanità evolvesse davvero e il mondo diventasse più giusto, più compassionevole, più maturo? Lì, chi oggi sembra “primo” nel campionato della bontà, diventerebbe improvvisamente un principiante in un contesto molto più avanzato. È come una squadra che domina in serie B, ma che nella serie A si accorge di dover ricominciare a lottare per migliorarsi ancora. Questo pensiero svela che l’essere umani non conosce davvero un vertice: ogni traguardo non è che l’inizio di un nuovo cammino.

La storia ce lo ricorda. Millenni fa l’uomo viveva guidato dall’istinto, lontano da concetti come empatia, giustizia o compassione. Oggi, pur con tutti i limiti, abbiamo costruito regole, valori, forme di convivenza che sarebbero state impensabili per i nostri antenati. Eppure, un’immagine emblematica racconta con forza la nostra condizione: figure primitive in giacca e cravatta. L’abito rappresenta l’evoluzione, ma chi lo indossa porta ancora dentro la stessa rudimentale natura, come se la crescita avesse toccato più l’apparenza che l’essenza. È un’immagine che vale più di mille parole, perché dice con chiarezza quanto il cammino sia appena iniziato, nonostante i millenni trascorsi.

La domanda allora diventa inevitabile: se oggi ci sentiamo arrivati, non rischiamo forse di smettere di crescere? Se ci convinciamo che basta essere “più buoni degli altri”, senza accorgerci che questa misura è relativa e dipende dal contesto, non rischiamo di rimanere fermi proprio quando invece ci sarebbe da andare oltre? La crescita non è mai un confronto con l’esterno, ma un dialogo con la parte più autentica di sé. Ed è qui che i limiti scompaiono: nell’interiorità non c’è una vetta da raggiungere, ma un orizzonte che si sposta sempre più in là, man mano che lo si avvicina.

Convivere con chi non è ancora partito, con chi non “vede”, non è motivo per fermarsi: anzi, può diventare stimolo per continuare a crescere senza sentirsi maestri o guide, ma semplicemente testimoni. È proprio questa la forza della bontà: non ha bisogno di imporsi, non ha bisogno di primeggiare, non ha bisogno di essere misurata. Basta essere.

Forse allora il messaggio è semplice: la bontà, come la coscienza, non conosce limiti reali. Ogni volta che sembra di aver toccato il massimo, la vita apre una nuova frontiera, un nuovo contesto, un nuovo modo di crescere. Non occorre cercare risposte definitive, perché la risposta è già nella natura stessa dell’essere umano: siamo fatti per migliorarci, non per fermarci.



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Frank Perna

01 settembre 2025

Il ritorno alla routine: il peso e il senso

Dal vortice del rientro alla consapevolezza del sacrificio che orienta la vita.



Questo primo giorno di settembre porta con sé un doppio peso: non è soltanto l’inizio di un nuovo mese, ma anche di una nuova settimana. Un lunedì che segna per molti il ritorno alla routine, alla vita ordinaria che sembra improvvisamente stringere i suoi lacci dopo il respiro largo delle ferie. Che si siano passate al mare, in montagna o semplicemente a casa, rallentando i pensieri, ogni pausa lascia dietro di sé un segno di leggerezza che al rientro sembra svanire. È come se la mente avesse conosciuto un attimo di silenzio, e ora venisse risucchiata di nuovo dentro un vortice che non concede tregua.

La scena si ripete ogni anno: strade intasate, lavori improvvisi che bloccano il traffico proprio nel giorno del grande rientro, il caos che fa esplodere la pazienza. Non importa quanto siano state semplici le ferie: il contrasto tra la tranquillità assaporata e il ritmo serrato della routine colpisce tutti con la stessa intensità. È quasi come un computer rimasto scollegato dalla rete per settimane: nel momento in cui torna online deve elaborare non solo i dati nuovi, ma anche quelli rimasti sospesi. Così accade all’essere umano: il rientro è un carico che sembra più pesante del solito, e che non lascia scampo.

Per alcuni questa sensazione è accompagnata dal clima stesso. Al nord la pioggia leggera, l’aria fresca che si fa più tagliente, il cielo grigio che cala sopra i palazzi riportano con forza alla realtà dell’autunno che avanza. Al sud, invece, il sole continua a resistere e l’estate sembra non voler cedere il passo, ma prima o poi la transizione arriverà ovunque. Proprio come per i bambini che tornano tra i banchi di scuola: qualcuno inizia prima, qualcuno dopo, ma tutti, inevitabilmente, rientrano nel flusso.

Questo ritorno non riguarda soltanto le ferie. Può essere il rientro di una madre dopo la maternità, il ricominciare di chi ha affrontato una pausa forzata, il risveglio di chi ha vissuto un momento di sospensione. Ogni volta, la sensazione è simile: la serenità guadagnata sembra dissolversi, e l’esistenza riprende con il suo carico di obiettivi, di scadenze, di problemi lasciati indietro.

E allora sorge la domanda: a cosa servono le vacanze, se finiscono sempre per riportarci in questo vortice? Forse servono proprio a ricordarci che la vita non è solo fatica e organizzazione, ma anche respiro, leggerezza, lentezza. E che queste dimensioni non vanno relegate solo a poche settimane all’anno, ma custodite nel quotidiano come piccole isole di felicità.

Il ritorno alla routine, per quanto duro, non è solo una condanna. È anche la prova che il sacrificio ha un senso. Chi rientra oggi lo fa per sé, ma anche per i propri cari, per i progetti che costruisce giorno dopo giorno, per il futuro che sogna di migliorare. È questo il vero orizzonte da non perdere mai: non lasciarsi schiacciare dal peso del ritorno, ma ritrovare in esso la bussola che orienta la vita.

In fondo, il caos del rientro non è altro che la testimonianza che la vita continua a muoversi. E chi riesce a portare dentro di sé anche solo un frammento della serenità assaporata nei giorni di pausa, saprà trasformare la routine in un cammino più consapevole. Perché il vero sacrificio non è soffocare la propria esistenza nel dovere, ma mantenere vivo il senso del perché si continua a camminare.



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Frank Perna

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